La nostra Gioielleria di famiglia: gli anni ’90

Per Vittorio la passione per il suo lavoro era qualcosa che andava ben al di là della semplice vendita e man mano che la clientela cresceva, si appassionò così tanto all’arte orafa che iniziò a cimentarsi anche con piccoli lavoretti: stringere qualche anello, sistemare la chiusura di una catenina, insomma riuscire ad essere autonomo ed offrire un servizio in più a chi varcava la porta della sua gioielleria.

Nel frattempo Carlo e Marco, erano sempre lì in negozio, con una organizzazione famigliare scandita dagli orari della gioielleria: la mattina i bambini a scuola e marito e moglie in negozio, il pranzo a casa tutti insieme e poi tutta la famiglia nel pomeriggio in gioielleria, tra compiti, giochi, collane ed anelli.

La crescita di Carlo e Marco coincise con lo sviluppo della gioielleria. Dopo poco più di dieci anni dall’apertura, l’attività era in crescita costante, tanto che Vittorio e Lidia decisero anche di allargare lo spazio espositivo, acquistando il negozio adiacente al loro. Tanti i marchi che la gioielleria Bazzarelli aveva ormai in esclusiva in zona, non solo come gioielli per la clientela femminile, ma anche una vasta scelta di orologi di alta qualità e penne. 

«Loro crescevano – racconta Lidia  – e noi pesammo che per l’avvenire era meglio avere due negozi per poter avere più spazio espositivo per i gioielli e più linee da proporre ai clienti, e poi essendo loro in due nel futuro non avrebbero avuto problemi a gestire una attività più grande». Gli anni ‘90 rappresentano il primo grande giro di boa per l’azienda che concise con uno step di sviluppo importante. Una vera e propria palestra per i due fratelli che per quanto piccoli erano sempre più appassionati all’attività di famiglia: Carlo con una propensione in più alla parte manageriale, Marco invece con una passione per la parte più prettamente manifatturiera dell’attività. Predisposizioni che sul finire degli anni ‘90 diventano sempre più compiute e che vengono notate da Vittorio e Lidia che spingono i figli a coltivarle.

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